Un chirurgo ad alto volume d’interventi protesici del ginocchio, che ha intrapreso la strada della chirurgia robotica, spiega: "Se si è chirurghi veloci con tecnica tradizionale, lo si è anche con la robotica". Il dottor Stefano Petrillo, che fa parte dei medici di Physioclinic, dopo più di 50 casi operati in meno di un anno, ha raccontato la sua esperienza al Journal of Experimental Orthopaedics, al Journal of Clinical Medicine e a Tabloid di Ortopedia. Ecco l'intervista rilasciata ad Andrea Peren
Come si passa alla chirurgia robotica, qual è la curva di apprendimento e quali risultati si possono raggiungere nel breve periodo? A rispondere a queste domande è l'esperienza personale del dottor Stefano Petrillo, del Centro di Chirurgia Protesica dell'Irccs Ospedale Galeazzi-Sant’Ambrogio di Milano, un chirurgo ortopedico ad alto volume d’interventi protesici del ginocchio (più di 200 all'anno) che si è cimentato per la prima volta con
la chirurgia robotica, raggiungendo molto presto risultati interessanti. Prima di questa esperienza, Petrillo non aveva mai utilizzato un robot né tantomeno tecnologie computerizzate o sistemi di navigazione, anche se aveva maturato una grande esperienza con il tipo di protesi utilizzata (Persona TKA, Zimmer Biomet). Prima dell’utilizzo del robot ha partecipato a un percorso di formazione di 7 ore, di cui 3 su cadavere, per apprendere al meglio la tecnologia e i vari step della procedura chirurgica.
Dottor Petrillo, che tipo di formazione ha ricevuto prima di operare per la prima volta con il robot?
Si sentiva abbastanza sicuro al suo primo intervento? Chi ha preparato i colleghi del team chirurgico?
Quando si introduce una nuova tecnologia o si utilizzano nuovi strumenti in chirurgia, la formazione è fondamentale per ridurre la probabilità di errore e migliorare i risultati delle procedure. Prima dell’utilizzo del robot, infatti, ho ricevuto 4 ore di formazione teorica seguite da 3 ore di formazione pratica su cadavere, nelle quali ho appreso le basi e gli step necessari per finalizzare la procedura. Mi sentivo sicuro durante il primo intervento, poiché ero assistito da colleghi e personale di sala operatoria che erano stati adeguatamente formati, e inoltre un ingegnere clinico dell’azienda che mi ha fornito il robot ha seguito tutto l’intervento chirurgico con me.
Quanti casi ci sono voluti per raggiungere i tempi e i risultati attesi? Quale obiettivo ci si può porre in futuro, dopo un'adeguata esperienza, dal punto di vista delle tempistiche?
La velocità nell’esecuzione di un intervento chirurgico è correlata alle caratteristiche individuali del chirurgo che la esegue. Sono fortementeconvinto che se si è chirurghi veloci con tecnica tradizionale, lo si è anche con tecnica robotica. Nella mia personale esperienza, ho raggiunto tempi sovrapponibili fra tecnica robotica e tradizionale dopo soltanto 9 casi. Nello studio che abbiamo pubblicato nel 2024, infatti, attraverso un’analisi statistica denominata Cumsum analysis che permette di valutare appositamente il miglioramento della prestazione chirurgica e il passaggio dalla fasedi apprendimento a quella di produttività, in termini di tempistiche, sono passato da un tempo robotico medio di 28 minuti nella fase di apprendimento a un tempo robotico medio di 20 minuti nella fase di produttività. Per semplificare, mentre nei primi 9 casi l’intervento durava mediamente 62 minuti, negli
ultimi durava 45 minuti.

Rispetto all'allineamento, al posizionamento della componente femorale e alle altre variabili cruciali per l'esito dell'intervento, il robot è più o meno accurato rispetto alle tecniche tradizionali?
Il robot rende oggettive delle valutazioni che in chirurgia tradizionale risentono prevalentemente
dell’esperienza del chirurgo. Il robot fornisce valori numerici di spazi e angoli, che in chirurgia tradizionale non abbiamo. Potenzialmente è più accurato, tuttavia sono necessari ulteriori studi per dimostrarlo. Personalmente, per comprendere meglio questo aspetto, sto conducendo uno studio sperimentale che conto di pubblicare nella metà del 2026 in cui ho confrontato i risultati clinici e funzionali della tecnica tradizionale e robotica nello stesso paziente affetto da gonartrosi bilaterale.
Ritiene possibile e vantaggioso, per i giovani chirurghi, partire direttamente con il robot senza passare dallachirurgia tradizionale? Ha mai dovuto sospendere la procedura e riprendere l'intervento manualmente?
Trovo totalmente diseducativo e scarsamente produttivo, per un giovane chirurgo, partire con la chirurgia robotica proprio per il motivo evidenziato nella seconda domanda: se il robot va in panne come portiamo a termine l’intervento? Il robot è uno strumentomolto potente che fornisce una serie di informazioni prima inaccessibili e supporta il chirurgo nella fasedi pianificazione, ma il chirurgo conserva sempre un ruolo centrale. Va comunque sottolineato che il robot può essere utile per i giovani chirurghi per apprendere concetti base di allineamento e bilanciamento, proprio perché ci fornisce quei “numeri” che in chirurgia tradizionale sono sostituiti dall’esperienza. Personalmente su oltre 110 casi ho sospeso l’utilizzo del robot e sono passato a tecnica chirurgica tradizionale una sola volta, ma per un mio errore di valutazione.
